Un paziente racconta: “Ho chiesto a ChatGPT se il mio compagno è manipolatore”. Un altro: “Gli ho descritto i miei sintomi e mi ha detto che potrei avere un disturbo”. Un altro ancora arriva con molte pagine di conversazione nelle quali ha chiesto ripetutamente quale decisione prendere.

Possiamo discutere sulla qualità delle risposte ottenute. Per lo Psicologo esiste però una domanda ancora più interessante: che cosa sta facendo questa persona attraverso l’AI?

L’AI è già dentro molti percorsi anche quando lo Psicologo non la usa

Nel 2026 l’American Psychological Association ha riferito che una larga maggioranza degli Psicologi intervistati incontrava pazienti che dichiaravano di utilizzare strumenti AI; una quota rilevante li usava anche come ulteriore fonte di supporto per problemi di salute mentale.

Lo Psicologo può decidere di non utilizzare personalmente sistemi generativi. Non può presumere che il fenomeno resti fuori dal proprio studio.

Una domanda che può diventare clinicamente utile

In molti casi può essere utile chiedere se la persona abbia usato ChatGPT o altri strumenti per cercare spiegazioni o parlare del problema. La risposta può aprire aree molto differenti.

Una persona può usarlo per comprendere un termine. Un’altra per chiedere rassicurazioni. Un’altra ancora per evitare una conversazione difficile, preparare ogni messaggio da inviare al partner, cercare conferma di una diagnosi o prendere decisioni.

Guardare alla funzione, non soltanto al contenuto

Se una persona chiede venti volte a un chatbot se il partner la ama, possiamo concentrarci sulla correttezza delle venti risposte. Oppure possiamo osservare il comportamento: che cosa accade prima della domanda? quanto dura il sollievo? che cosa spinge a chiedere nuovamente?

La conversazione con l’AI può entrare nell’analisi di reassurance seeking, ruminazione, evitamento, bisogno di certezza, difficoltà decisionali o regolazione emotiva.

Una risposta corretta può comunque mantenere un problema

In psicologia non basta dividere le risposte dell’AI in corrette e sbagliate. Se una persona cerca rassicurazioni cento volte al giorno, una risposta sempre rassicurante potrebbe contribuire al mantenimento del comportamento proprio perché funziona nel brevissimo periodo.

L’unità clinica da osservare diventa: persona → domanda → risposta AI → effetto → comportamento successivo.

Non demonizzare il chatbot

Dire semplicemente “non usarlo” può qualche volta essere appropriato, ma non dovrebbe diventare la risposta automatica. L’uso potrebbe continuare e semplicemente scomparire dal colloquio. È spesso più utile sviluppare capacità critica: che cosa sa davvero il sistema? quali dati è prudente non condividere? quando una risposta richiede confronto professionale?

Gli aspetti di privacy e responsabilità diventano particolarmente importanti quando il paziente condivide informazioni sensibili. La dimensione del legame con il sistema è invece approfondita nell’articolo su AI e alleanza terapeutica.

Un nuovo comportamento da comprendere

L’OMS ha richiamato nel 2026 la crescita dell’impiego di sistemi generativi per supporto emotivo, compresi strumenti non progettati o validati per la salute mentale, indicando tra gli aspetti da monitorare anche dipendenza emotiva ed effetti a lungo termine.

Forse la domanda “come utilizzi l’AI?” diventerà progressivamente simile ad altre domande sul modo in cui una persona cerca informazioni, affronta l’incertezza o regola le proprie relazioni. L’aspetto più importante potrebbe non essere ciò che il chatbot ha detto al paziente, ma perché il paziente ha avuto bisogno di chiederglielo.

Riferimenti essenziali