Una macchina non prova emozioni come una persona. Da questa osservazione vengono spesso ricavate due conclusioni opposte: “un chatbot non può produrre alcuna esperienza relazionale significativa” oppure “se gli utenti si sentono compresi, allora l’AI può costruire la stessa relazione di uno Psicologo”. Entrambe vanno troppo lontano.

Cinque fenomeni che non dovremmo confondere

Quando parliamo di empatia e AI è utile distinguere empatia esperita, riconoscimento degli stati emotivi, comportamento comunicativo empatico, empatia percepita dall’utente e relazione professionale. Sono livelli differenti.

Un modello può riconoscere linguisticamente un’emozione e generare una risposta che il lettore percepisce come empatica. Questo non dimostra che il modello stia vivendo un’esperienza emotiva e non conferisce al sistema il ruolo professionale dello Psicologo.

L’AI può sembrare sorprendentemente empatica

Revisioni recenti mostrano che diversi sistemi sono capaci di produrre risposte valutate come supportive o empatiche in compiti testuali. Questi risultati vanno letti per ciò che misurano: qualità percepita di testi, non equivalenza tra un modello linguistico e l’intero incontro professionale.

Dire semplicemente “l’AI non ha empatia, quindi è inutile” perde quindi una parte del fenomeno. Ma anche dire “sembra empatica, quindi è un terapeuta” compie un salto ingiustificato.

È possibile un’alleanza con un sistema digitale?

La letteratura sta studiando il costrutto di digital therapeutic alliance: accordo percepito sugli obiettivi, sui compiti, legame ed engagement nell’interazione con strumenti digitali per la salute mentale. Il costrutto è ancora in evoluzione e non dimostra equivalenza con l’alleanza tra Psicologo e paziente.

Un trial randomizzato del 2026 su studenti universitari ha osservato associazioni tra alleanza percepita con un agente conversazionale, engagement e miglioramento di alcuni outcome. È un risultato interessante, ma riferito a uno specifico sistema, una specifica popolazione e uno specifico protocollo.

Sentirsi compresi non significa incontrare un professionista

Una persona può avere un’esperienza emotivamente importante leggendo un libro, ascoltando una canzone o interagendo con un chatbot. La rilevanza psicologica dell’esperienza non attribuisce automaticamente all’oggetto che la produce uno status professionale.

La relazione con lo Psicologo contiene responsabilità, continuità, valutazione degli effetti dell’intervento e obblighi deontologici. Un modello può generare una frase accogliente; lo Psicologo deve anche comprendere che cosa comporta avere pronunciato una determinata frase a quella persona, in quel momento e dentro quella relazione.

Anche il paziente può costruire un rapporto con l’AI

Questo fenomeno può entrare nel lavoro psicologico. Nell’articolo su quando il paziente usa ChatGPT considero proprio la funzione che il sistema può assumere: rassicurazione, evitamento, regolazione emotiva, compagnia o ricerca di certezza.

Più tecnologia può significare più relazione, oppure meno

Se utilizziamo la tecnologia per ridurre la presenza dello Psicologo, possiamo impoverire l’incontro. Se la utilizziamo per ridurre lavoro ripetitivo, preparare meglio un colloquio o liberare attenzione, il risultato potrebbe essere opposto.

Non esiste quindi un’equazione “più AI = meno umanità”. Esiste una scelta progettuale coerente con il principio generale dell’AI come aumento cognitivo senza delega clinica.

Una tecnologia diventa realmente utile allo Psicologo non quando assume sempre più autonomia, ma quando aumenta le possibilità del professionista senza indebolirne competenza, responsabilità e presenza.

Riferimenti essenziali