Si può andare dallo Psicologo anche senza avere un disturbo diagnosticato e senza sentirsi “abbastanza male”. Molte persone, invece, rimandano un colloquio finché la sofferenza non appare intensa, persistente o chiaramente patologica. Nel frattempo continuano a convivere con una difficoltà che limita il sonno, le relazioni, il lavoro, le decisioni o semplicemente il modo in cui stanno attraversando una fase della propria vita.

Chiedere un incontro può avere senso già qui: quando si vuole capire meglio che cosa sta succedendo, prima che il problema occupi molto più spazio.

Non occorre arrivare con una diagnosi

Chi entra nello studio di uno Psicologo non deve sapere già come chiamare ciò che sta vivendo.

Può esserci ansia, tristezza, irritabilità, una separazione, un lutto, una difficoltà relazionale, un cambiamento professionale, un problema sessuale, una decisione che continua a essere rimandata. In altri casi non c’è un sintomo preciso: c’è piuttosto la sensazione di essere bloccati, di ripetere sempre lo stesso schema o di non riuscire più a leggere con chiarezza una situazione.

Il primo lavoro può consistere proprio nel dare forma al problema: ricostruire quando è iniziato, in quali contesti compare, quanto interferisce con la vita quotidiana, quali tentativi sono già stati fatti e quali risorse sono disponibili.

Questo è diverso dal trasformare automaticamente ogni difficoltà in una malattia.

Un criterio più utile di “sto abbastanza male?”

Una domanda pratica può essere: questa situazione sta riducendo in modo significativo la mia libertà di vivere, scegliere, lavorare, studiare, dormire, stare con gli altri o prendermi cura di me?

La risposta non deve essere drammatica per essere significativa.

Può essere utile confrontarsi con uno Psicologo quando una difficoltà:

  • continua a ripresentarsi;
  • occupa molto spazio mentale;
  • porta a evitare situazioni importanti;
  • modifica il sonno, la concentrazione o il rendimento;
  • crea tensione nelle relazioni;
  • limita la sessualità o l’intimità;
  • rende più difficile prendere decisioni;
  • resiste ai tentativi abituali di affrontarla.

Questi elementi non costituiscono una diagnosi. Indicano soltanto che può valere la pena capire meglio il problema.

Anche i cambiamenti desiderati possono mettere in difficoltà

Non si chiede aiuto soltanto quando accade qualcosa di negativo.

Un nuovo lavoro, una convivenza, la nascita di un figlio, un trasferimento, una separazione scelta consapevolmente, una nuova responsabilità o persino un successo possono mettere in movimento parti della propria identità che prima sembravano stabili.

In questi momenti non sempre c’è qualcosa da “curare” nel senso comune del termine. Può esserci bisogno di orientarsi, elaborare il cambiamento, riconoscere conflitti che prima restavano sullo sfondo o costruire modalità nuove di funzionamento.

La prevenzione psicologica passa anche da questa possibilità: occuparsi di una difficoltà quando è ancora leggibile e affrontabile, invece di aspettare che diventi l’unico centro della propria vita.

Che cosa può fare lo Psicologo

In Italia la professione di Psicologo non è definita soltanto attraverso l’ascolto. L’articolo 1 della Legge 56/1989 comprende, in ambito psicologico, attività di prevenzione, diagnosi, abilitazione-riabilitazione e sostegno, oltre a sperimentazione, ricerca e didattica.

La professione di Psicologo è inoltre ricompresa tra le professioni sanitarie.

Questo non significa che ogni Psicologo svolga indistintamente tutte le attività possibili, né che ogni persona abbia bisogno dello stesso tipo di intervento. Contano il problema, gli obiettivi, il contesto e le competenze effettivamente possedute dal professionista.

Significa però una cosa concreta: rivolgersi a uno Psicologo non equivale necessariamente a “iniziare una psicoterapia”, né presuppone l’esistenza di un disturbo mentale.

Cosa succede nel primo colloquio

Il primo incontro serve soprattutto a comprendere la domanda.

Lo Psicologo può chiedere che cosa ha portato la persona a consultarlo proprio in quel momento, da quanto dura la difficoltà, quando peggiora o migliora, come incide sul funzionamento quotidiano e che cosa la persona vorrebbe cambiare.

Non è necessario raccontare tutto immediatamente.

Nel corso dei primi incontri si definisce anche se il professionista ha le competenze adatte e quale forma di intervento sia più pertinente. In alcuni casi il lavoro può essere circoscritto; in altri può richiedere un percorso più strutturato. Quando emergono aspetti che richiedono competenze diverse, può essere appropriata la collaborazione con altri professionisti.

Una consultazione iniziale, quindi, non obbliga a intraprendere automaticamente un percorso lungo.

Capire che cosa si sta facendo fa parte del percorso

È legittimo chiedere al professionista quale sia l’obiettivo del lavoro, su quali elementi stia basando la propria valutazione, che tipo di intervento proponga e come sarà possibile capire se il percorso sta producendo un cambiamento utile.

La relazione professionale non richiede che la persona rinunci alla propria capacità di comprendere e scegliere.

Al contrario, conoscere il senso di ciò che si sta facendo può rendere più chiaro anche il proprio ruolo nel percorso.

Quando non conviene aspettare

Ci sono situazioni in cui il problema merita attenzione più rapidamente: sofferenza molto intensa, marcata riduzione del funzionamento, comportamenti pericolosi, abuso di sostanze, sintomi fisici o neurologici nuovi, oppure rischio per sé o per altre persone.

In questi casi può essere necessario coinvolgere anche il medico o i servizi sanitari competenti. Nelle emergenze immediate occorre rivolgersi ai servizi di emergenza.

Quindi: quando può essere utile andare dallo Psicologo?

Non esiste una soglia uguale per tutti.

Può avere senso quando qualcosa continua a limitare una parte importante della vita, quando un cambiamento è difficile da attraversare, quando i propri tentativi non bastano più o quando si vuole comprendere meglio il proprio funzionamento prima che una difficoltà si cronicizzi.

C’è chi arriva dallo Psicologo perché sta male e chi preferisce non aspettare che una difficoltà diventi più pesante. In entrambi i casi, il punto di partenza è lo stesso: provare a capire con maggiore precisione che cosa sta accadendo e che cosa può essere utile fare.

FAQ

Devo avere un disturbo psicologico per andare dallo Psicologo?

No. Una consultazione può riguardare difficoltà, cambiamenti, prevenzione, valutazione, sostegno o altri obiettivi psicologici, senza presupporre necessariamente una diagnosi.

Lo Psicologo può fare diagnosi?

Sì. La diagnosi rientra tra le attività indicate dall’articolo 1 della Legge 56/1989. La sua effettuazione richiede competenza e strumenti appropriati al caso.

Andare dallo Psicologo significa iniziare una psicoterapia?

No. La professione di Psicologo comprende attività differenti. L’attività psicoterapeutica è disciplinata specificamente dall’articolo 3 della Legge 56/1989 e non coincide automaticamente con qualsiasi consultazione o intervento psicologico.

Quanti incontri servono?

Non esiste un numero valido per tutti. Dipende dalla domanda, dal problema, dagli obiettivi, dal tipo di intervento e dall’andamento concreto del lavoro.

Fonti essenziali

  • Legge 18 febbraio 1989, n. 56, artt. 1 e 3.
  • Legge 11 gennaio 2018, n. 3, art. 9.
  • Codice Deontologico degli Psicologi Italiani, testo vigente, Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi.

Autore: Enrico Rizzo, Psicologo

Contenuto informativo e divulgativo. Non sostituisce una valutazione psicologica, medica o altra prestazione professionale individuale.

Collegamenti alle fonti normative e deontologiche