Quando si parla di diagnosi psicologica, molte persone immaginano immediatamente questionari, scale e test. Gli strumenti psicometrici possono essere molto importanti, ma identificare la diagnosi psicologica con la somministrazione di un test è riduttivo.
La diagnosi è innanzitutto un processo professionale di conoscenza e valutazione. Può integrare colloquio, osservazione, storia rilevante, documentazione e strumenti standardizzati. La scelta dipende dalla domanda alla quale occorre rispondere.
Il test non è la diagnosi
Un test produce dati. La diagnosi richiede che quei dati vengano interpretati nel contesto.
Un punteggio, da solo, non racconta la storia personale, non spiega necessariamente perché un problema sia comparso e non stabilisce automaticamente quale intervento sia appropriato.
Lo Psicologo deve considerare la qualità dello strumento, le condizioni nelle quali è stato utilizzato, la coerenza con le altre informazioni disponibili e la possibilità di spiegazioni alternative.
È una distinzione importante anche sul piano deontologico. L’articolo 7 del Codice vigente richiede di valutare attentamente validità e attendibilità di informazioni, dati e fonti e, quando necessario, di esplicitare ipotesi interpretative alternative. L’articolo 25 vieta l’uso improprio degli strumenti di diagnosi e valutazione.
Quando un test può essere particolarmente utile
Esistono situazioni nelle quali la standardizzazione è centrale.
Può essere necessario misurare una funzione in modo confrontabile con dati normativi, quantificare la gravità di una determinata dimensione, approfondire un’ipotesi diagnostica, documentare un profilo oppure monitorare il cambiamento nel tempo.
In questi casi uno strumento ben scelto aggiunge informazioni che il solo colloquio potrebbe non fornire con la stessa precisione.
Il punto decisivo non è usare molti test, ma utilizzare quelli pertinenti.
Uno strumento non diventa più valido perché è lungo, complesso o molto noto. Deve essere adeguato alla domanda, alla persona, al contesto e allo scopo della valutazione.
Quando la diagnosi non coincide con una batteria di test
In altre situazioni la valutazione può fondarsi in misura maggiore sul colloquio clinico, sull’osservazione e sull’integrazione delle informazioni raccolte.
Il CNOP, nel proprio Parere sulla diagnosi psicologica e psicopatologica, colloca la diagnosi tra gli atti professionali dello Psicologo e ne sottolinea la natura di processo conoscitivo. I test rappresentano strumenti possibili all’interno di questo processo, non la sua definizione esclusiva.
Questo significa che una valutazione senza test non è per definizione superficiale, così come una valutazione con molti test non è automaticamente rigorosa.
La qualità dipende dal metodo.
Diagnosi non significa necessariamente etichetta
Un altro equivoco consiste nel pensare che la diagnosi serva soltanto ad attribuire un nome a un disturbo.
Una valutazione psicologica può descrivere funzionamento cognitivo, emotivo, relazionale e comportamentale; può individuare risorse, fattori di vulnerabilità, condizioni di mantenimento e aree da approfondire.
Quando una classificazione diagnostica è appropriata, può essere molto utile. Ma non esaurisce la comprensione della persona.
La diagnosi dovrebbe orientare, non imprigionare.
L’obiettivo è rispondere bene alla domanda clinica
La domanda corretta non è quindi: «Per fare diagnosi bisogna sempre usare un test?».
È: «Quali informazioni sono necessarie per rispondere in modo sufficientemente affidabile al quesito che abbiamo di fronte?».
A volte servirà un test.
A volte ne serviranno più di uno.
A volte il contributo principale arriverà dal colloquio e dall’osservazione.
Molto spesso sarà necessario integrare fonti differenti.
La competenza dello Psicologo non consiste nel somministrare strumenti in modo automatico, ma nel sapere perché li usa, che cosa possono dire, che cosa non possono dire e come collegarli al resto della valutazione.
Il colloquio diagnostico non è “meno scientifico” perché non produce un punteggio
L’idea che soltanto ciò che viene misurato numericamente sia scientifico è semplicistica. Un colloquio può essere condotto in modo più o meno rigoroso, così come un test può essere utilizzato bene o male.
La qualità del colloquio diagnostico dipende dalla chiarezza delle domande, dalla capacità di distinguere fatti e interpretazioni, dalla ricerca sistematica di informazioni rilevanti e dal controllo delle ipotesi alternative.
La standardizzazione può aumentare confrontabilità e precisione in alcune aree. Ma non sostituisce la necessità di comprendere il contesto in cui i dati sono stati prodotti.
Un test non elimina il ragionamento clinico: lo rende, in alcuni casi, meglio informato.
Che cosa rende appropriata una batteria di test
Una batteria dovrebbe essere costruita intorno al quesito, non intorno all’abitudine del professionista.
Se il problema richiede una valutazione cognitiva articolata, potranno essere necessari strumenti diversi da quelli utili per approfondire sintomi emotivi o caratteristiche di personalità. La selezione deve tenere conto delle proprietà psicometriche, della popolazione per cui lo strumento è stato validato e delle condizioni della persona.
Anche la durata della valutazione deve avere una giustificazione. Somministrare più strumenti non produce automaticamente una diagnosi migliore e può aumentare fatica, costi e quantità di dati difficili da integrare.
Il rischio dell’autodiagnosi tramite questionari online
La diffusione di scale psicologiche sul web ha reso comuni risultati del tipo «hai un punteggio compatibile con...». Questi strumenti possono avere una funzione informativa o di screening, ma non dovrebbero essere confusi con una diagnosi professionale.
Uno screening tende ad aumentare la capacità di individuare possibili casi, accettando che alcuni risultati positivi non corrispondano poi a una diagnosi. Il passaggio successivo richiede una valutazione più completa.
Per questo un punteggio ottenuto online può essere un motivo per chiedere un approfondimento, non una sentenza su di sé.
La scelta dello strumento è già parte della competenza
Lo Psicologo non è soltanto colui che sa somministrare un test. Deve sapere quando non usarlo.
La decisione di non somministrare uno strumento può essere corretta quanto quella di utilizzarlo, se deriva da una valutazione motivata della domanda.
Il criterio finale rimane lo stesso: raccogliere informazioni sufficientemente valide e pertinenti per formulare conclusioni proporzionate ai dati disponibili.
Questo tema si collega direttamente al restituzione diagnostica e a formulazione del caso.
Per il quadro generale, vedi anche gli atti tipici dello Psicologo e come si struttura un intervento psicologico.
Fonti essenziali
- Normattiva – Legge 18 febbraio 1989, n. 56, art. 1: https://www.normattiva.it/atto/caricaDettaglioAtto?atto.codiceRedazionale=089G0090&atto.dataPubblicazioneGazzetta=1989-02-24
- CNOP – Testo vigente del Codice Deontologico degli Psicologi Italiani: https://www.psy.it/la-professione-psicologica/codice-deontologico-degli-psicologi-italiani/codice-deontologico-vigente/
- CNOP – Parere sulla diagnosi psicologica e psicopatologica: https://www.psy.it/allegati/parere_diagnosi.pdf
- CNOP – Documenti, linee guida e atti tipici: https://www.psy.it/aree-tematiche/documenti-linee-guida/documenti/
